La scrittura secondo Chuck Palahniuk

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Chuck Palahniuk e la sua visione sulla “scrittura”

In questo ciclo di articoli stiamo affrontando la “scrittura” nell’ottica di singoli autori della letteratura mondiale. Siamo partiti dal maestro del racconto, il russo Anton Čechov (1860-1904), i cui consigli di scrittura sono ancora oggi preziosi. Abbiamo parlato poi di uno dei protagonisti della beat generation, Jack Kerouac (1922-1969), la cui tecnica di scrittura è circoscritta a un particolare contesto storico e culturale, dunque è difficilmente immaginabile applicata, ad esempio, oggi.

Ci occupiamo qui di Chuck Palahniuk, uno scrittore americano contemporaneo che ha ottenuto fama mondiale grazie al romanzo Fight Club (1996).

Chi è Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk nasce nel 1962 a Pasco, Washington, da genitori di origini ucraina e francese.

Nel 1986 si laurea in giornalismo nell’Università dell’Oregon. Si trasferisce a Portland, dove prima collabora con un quotidiano locale, poi diventa meccanico.

Dal 1988 è volontario nei ripari di senzatetto e nelle case di riposo, attività che cessa per la morte di un paziente cui si era affezionato.

Frequenta il laboratorio di scrittura di Tom Spanbauer (1946), Dangerous Writing, di impronta minimalista.

Inizia a pubblicare dopo i trent’anni. Il primo romanzo, Fight Club (1996), ha duraturo successo anche per la trasposizione cinematografica di David Fincher (1962) del 1999. I successivi Survivor (1999), Invisible Monsters (1999) e Soffocare (2001) hanno imposto definitivamente lo scrittore nel panorama letterario mondiale. Da allora, ogni opera di Palahniuk è garanzia di vendite nel mercato editoriale.

All’attività di scrittore alterna quella di giornalista freelance.

La sua scrittura è di base minimalista, ma lo stile è minato da un’ironia che rasenta il grottesco. Le tematiche sono di satira sociale, e pratica un genere spesso vicino all’horror (hyperlink: ).

La scrittura e la vita

Realtà e narrazione: una premessa, il testo introduttivo della raccolta di saggi La scimmia pensa, la scimmia fa. Quando la realtà supera la fantasia (2004), è utile a comprendere il percorso da scrittore e l’idea di scrittura di Palahniuk.

Il tema che ricorre è il rapporto tra romanzo e vita, tra le narrazioni, le storie, e la vita vissuta.

Come nella vita, afferma Palahniuk, a ben vedere, è così che si scrive anche un romanzo: fai progetti, ricerche, trascorri del tempo in solitudine, costruendo questo mondo delizioso dove controlli, controlli, controlli tutto (traduzione di G. Iacobaci, Mondadori, 2011, pp. 9-10).

Palahniuk si sofferma spesso sulla solitudine dello scrittore. Lo scrittore ha bisogno di isolarsi per immergersi in ciò che racconta, poi è costretto a uscire dall’isolamento per diffondere ciò che ha prodotto, poi desidera di nuovo isolarsi per scrivere. Si tratta di una visione ciclica.

Poco dopo, la solitudine viene ribadita nel confronto tra lo scrittore e il giornalista. Il giornalista, per produrre, deve essere in contatto con il mondo esterno. Lo scrittore, poiché deve servirsi soprattutto dell’immaginazione, è visto come un solitario:

Lo scrittore di narrativa è, nell’immaginario comune, sempre solo. Forse perché i libri sembrano metterci in contatto con la singola voce di un’unica altra persona. Forse perché la lettura è un’attività che pratichiamo da soli. Un passatempo che sembra allontanarci dagli altri.

(Cit., p. 11.)

Lo scrittore non è isolato

Rispetto alla visione dello scrittore come soggetto isolato dal mondo, Palahniuk si descrive come uno scrittore non isolato, come uno scrittore che ha bisogno di ascoltare gli altri, di vivere delle esperienze per poter produrre.

Il corso di scrittura creativa di Tom Spanbauer gli è stato utile a stringere amicizie e ad avvicinarsi alla scrittura in un periodo in cui attraverso la scrittura non guadagnava niente.

La necessità di interagire per scrivere nasce da un presupposto semplice: “le nostre vite si fondano su delle storie” (p. 15). Palahniuk si nutre delle storie altrui, le riporta nelle sue opere. Addirittura racconta di aver trovato un sistema per evitare il classico “blocco dello scrittore”, la mancanza di idee:

Se ero impantanato con la scrittura, mettevo in atto quella che in seguito avrei ribattezzato la “semina del gruppo”. Lanciavo un argomento di conversazione, magari raccontavo una storiella buffa e invitavo gli altri a raccontare le loro versioni.”

(Cit., p. 16.)

Dunque l’isolamento necessario nella scrittura viene preceduto da un momento preparatorio in cui gli altri, le persone, fungono da stimolo.

I personaggi

Palahniuk sostiene l’idea comune a molti scrittori che i personaggi sono portatori di un proprio mondo, di una propria prospettiva. Lo scrittore, per costruire al meglio un personaggio, deve immedesimarsi nel suo mondo. Quella del personaggio è una visione limitata, Palahniuk tende a estremizzare questa peculiarità:

È così che creo un personaggio. Mi sforzo di dargli un bagaglio di nozioni e di attitudini che limitino la sua visione del mondo. Una donna delle pulizie vede il mondo come una serie di macchie da eliminare. Una modella vede il mondo come una serie di rivali che cercano di rubarle l’attenzione del pubblico. Uno studente di medicina fallito non vedrà che i nei e gli spasmi che potrebbero essere le avvisaglie di una malattia terminale.”

(Cit., p. 16.)