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10 narratori russi vissuti durante la Rivoluzione d’Ottobre

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La Rivoluzione d’Ottobre del 7-8 novembre 1917 (24-25 ottobre nel calendario giuliano) è stata l’inizio dell’epopea sovietica, di un regime crudele, di un indirizzo culturale che non prevedeva libertà, non prevedeva altre visioni che non fossero quelle luminose del blocco comunista.

A pagare, come abbiamo visto, furono i poeti, ma anche i narratori, autori di romanzi spesso censurati, scrittori costretti alla fuga, talvolta piegati a condanne durissime.

Qui di seguito, un elenco di dieci narratori che, in vita durante la Rivoluzione, hanno scritto durante il regime.

 

Isaak Ėmmanuilovič Babel’ (Odessa, 1º luglio 1894 – Mosca, 27 gennaio 1940)

Nato da famiglia ebraica, Isaak Babel’ nel 1905 evitò il progrom: cristiani vicini di casa tenne nascosta la sua famiglia. Laureatosi all’Istituto di Finanza e Affari di Kiev, nel 1915, contro la legge che confinava gli ebrei nella Zona, si recò nella capitale Pietrogrado.

Pubblicò i suoi primi racconti nella rivista letteraria «Letopis’» di Maksim Gor’kij, il quale gli consigliò di fare esperienze nella vita per migliorare nell’arte del racconto. Durante la Guerra Civile (1917-1923) successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, Babel’ combatté, poi fece il traduttore per il controspionaggio, e fu quindi giornalista in prima linea per la Campagna in Polonia che si tenne negli stessi anni.

 

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Nel 1924, i racconti di guerra de L’armata a cavallo furono pubblicati nella rivista «LEF» di Majakovskij. Tornò in Odessa e scrisse della criminalità ebraica nel suo ghetto d’origine. Durante il viaggio in Ucraina nel 1930, fu testimone della brutalità della collettivizzazione contadina.

Negli anni Trenta Stalin limitò maggiormente le libertà degli scrittori russi imponendo sempre più il realismo socialista, sicché Babel’ diminuì la propria produttività e si ritirò dalla vita pubblica.

Morto misteriosamente Gor’kij nel 1936, Babel’ sentì la stretta della “grande purga” anche su di sé.

Nel 1939 fu arrestato e interrogato per spionaggio, gli fu estorta una confessione, fu processato e fucilato. La moglie seppe dell’esito del processo 15 anni dopo.

 

Andrej Belyj (Mosca, 26 ottobre 1880 – Mosca, 8 gennaio 1934)

Andrej Belyj è pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev. Figlio di un docente di matematica e di una pianista, studiò a sua volta matematica. Si avvicinò al misticismo religioso, per il tramite di amici di una certa statura quali Pavel Aleksandrovič Florenskij e Rudolf Steiner.

Fu inizialmente poeta influente, dedito al simbolismo nelle opere Oro in azzurro (1904), Cenere (1908) e Urna (1909).

La sua opera maggiore fu il romanzo Pietroburgo (1913): storia grottesca e surreale ambientata nella capitale nel 1905 – l’anno della Rivoluzione che introdusse importanti nozioni politiche e sociali nella Russia zarista – e rivolta contro la burocrazia russa.

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Belyj scrisse opere narrative (da ricordare il suo primo romanzo, Il colombo d’argento, pubblicato nel 1909 e dedicato agli sterminati spazi russi), critiche e autobiografiche, e infine morì, nel 1934, per un colpo di sole avuto in Crimea.

Nina Nikolaevna Berberova (San Pietroburgo, 8 agosto 1901 – Filadelfia, 26 settembre 1993)

Berberova fu una vittima della Rivoluzione: dovette lasciare la Russia nel 1922, destino comune agli intellettuali invisi ai tempi nuovi del comunismo. Si stabilì prima a Parigi, dal 1925, e poi negli Stati Uniti, dal 1950, dove lavorò alle università di Yale e di Princeton.

Scrisse diverse opere narrative, autobiografiche e poetiche, e il suo tema principale fu la malinconia dell’emigrato russo rifiutato dalla patria.

Da ricordare il romanzo su Čajkovskij, Il ragazzo di vetro (1936), in cui tratteggia la Russia di fine Ottocento e tratta senza veli l’omosessualità del musicista, e i racconti lunghi Il lacchè e la puttana (1937), che traccia l’impietosa parabola di una prostituta, e Il giunco mormorante (1958), storia di due amanti che si perdono e si ritrovano.

Berberova tornò in Russia solo per poche settimane nel 1989, quattro anni prima di morire.

 

Michail Afanas’evič Bulgakov (Kiev, 15 maggio 1891 – Mosca, 10 marzo 1940)

Laureatosi nel 1916 in medicina a Kiev, Bulgakov fu dirigente medico del circondariato del governatorato di Smolensk. Nel 1918, a Kiev, aprì uno studio di dermatosifilopatologia. Durante la Guerra Civile fece il giornalista e, nel 1920, lasciò la carriera di medico abbracciando le ristrettezze economiche della carriera letteraria.

Il romanzo breve Diavoleide (1924), visione grottesca della Mosca “sovietica” del 1920, venne subito requisito dalle edicole. Il racconto Cuore di cane (1925), che attraverso la storia fantascientifica di un cane che si trasforma in uomo critica la società sovietica, subì la scure della censura.

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Bulgakov, autore di racconti e opere teatrali, fu il più delle volte censurato. Chiese l’espatrio, non riuscì mai a lasciare l’Unione Sovietica. Si sposò tre volte.

La sua opera maggiore, il romanzo Il maestro e Margherita cui lavorò dal 1928 all’anno della morte, fu pubblicato solo tra il 1966 e il 1967. Ci sono qui due assi temporali: la Mosca degli anni Trenta abitata da personaggi stupefacenti sui quali primeggia il Diavolo, e la Gerusalemme dei tempi di Ponzio Pilato narrata in un romanzo dal Maestro, personaggio del quale si innamora la già infelicemente sposata Margherita.

Ivan Alekseevič Bunin (Voronež, 22 ottobre 1870 – Parigi, 8 novembre 1953)

Nato da famiglia nobile, Bunin iniziò con la poesia. Nel 1889 fece il correttore di bozze, poi il critico teatrale. Dai primi del Novecento intraprese una serie di viaggi per l’Europa e il Nord Africa. Durante la Guerra Civile fece parte dell’Armata Bianca sconfitta dai bolscevichi.

Fu autore di romanzi e racconti, di memorie e traduttore di scrittori inglesi e francesi.

Nel 1933 fu il primo russo a ricevere il Premio Nobel per la letteratura. Le sue opere circolarono liberamente nell’Unione Sovietica solo poco dopo la sua morte.

 

Maksim Gor’kij (Nižnij Novgorod, 28 marzo 1868 – Mosca, 18 giugno 1936)

Gor’kij (“amaro”) è pseudonimo di Aleksej Maksimovič Peškov. Nacque da famiglia povera, fu orfano a dieci anni e visse con la nonna, narratrice di storie popolari. Morta anche lei, tentò il suicidio, poi si mise in viaggio.

Criticato per la sua prima raccolta poetica (Il canto della vecchia quercia, 1890), riprese a girare la Russia intraprendendo mestieri umili.

Il primo successo fu nel 1902, quando Stanislavskij mise in scena Bassifondi (o L’albergo dei poveri), testo teatrale che ritrae una serie di vagabondi.

Fece parte dell’Accademia russa delle scienze ma fu sempre sospetto allo zar Nicola II per la fama di rivoluzionario, per cui fu espulso dall’Accademia e confinato in Crimea. Nel 1906, quando fu liberato, scelse l’esilio volontario.

Del 1906 è La madre, romanzo la cui protagonista, Pelageja, rimasta vedova, abbraccia il pensiero socialista del figlio operaio Pavel. Ha inizio così il realismo socialista, un movimento artistico che lega le arti al pensiero socialista ed è destinato al popolo.

Dal 1907 al 1913 fu a Capri, dove ospitò Lenin e tenne una scuola per rivoluzionari russi emigranti.

Tornò in Russia, si ammalò di tubercolosi, soggiornò a Sorrento e si stabilì di nuovo in Russia. Scrisse opere realistiche e, a detta di Solženicyn, fu connivente con il regime staliniano.

Resta oscura la morte, e permane il sospetto che sia stato anch’egli vittima di Stalin.

 

Vladimir Vladimirovič Nabokov (Pietroburgo, 23 aprile 1899 – Montreux, 2 luglio 1977)

Nato da nobili, dopo la Rivoluzione, nel 1917, Nabokov si trasferì con la famiglia prima in Crimea e poi, sconfitta l’Armata Bianca, in Gran Bretagna. Studiò slavo e lingue romanze al Trinity College dell’Università di Cambridge, dopodiché si trasferì a Berlino dove il padre, politico, fu assassinato.

Negli anni Venti e Trenta pubblicò poesie simboliste e romanzi in russo e dagli anni Quaranta, trasferitosi negli Stati Uniti, iniziò la produzione narrativa in inglese.

Del 1955 il romanzo che fece storia e scandalo, Lolita, seguito da altre opere di notevole spessore: Pnin (1957), Fuoco pallido (1962), Ada o ardore (1969).

Scrisse anche racconti, un’opera autobiografica (Parla, ricordo, 1967), fece traduzioni.

Da ricordare anche i suoi contributi critici: il saggio Nicolaj Gogol’ (1944), e i postumi, editi nel 1980, Lezione di letteratura e Lezioni di letteratura russa.

Fu appassionato scacchista ed entomologo.

 

Boris Leonidovič Pasternak (Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960)

Nato da famiglia ebrea con padre pittore e madre pianista, Pasternak si dedicò dapprima alla musica, poi studiò filosofia, dopodiché scrisse poesia simbolista e futurista, ottenendo fama nel 1917 con la raccolta Oltre le barriere. Del 1931 è Il salvacondotto, una autobiografia intellettuale.

L’opera cui è legato il nome di Pasternak è anche il suo unico romanzo: Il dottor Živago. La stesura iniziò dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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Causa un ritratto poco ortodosso della Rivoluzione d’Ottobre, l’opera fu rifiutata dall’Unione degli Scrittori il cui indirizzo era staliniano. Pasternak fu perseguitato e ridotto povero, e solo nel 1957 riuscì a pubblicare il romanzo nell’edizione italiana Feltrinelli.

Da lì ebbe enorme diffusione in tutta Europa, e il successo fu tale che lo scrittore ottenne, nel 1958, il Premio Nobel per la letteratura. Le pressioni dell’URSS lo costrinsero a rinunciare al premio e al denaro, e nonostante le ingenti vendite Pasternak morì povero in patria.

Il dottor Živago fu pubblicato in URSS nel 1988, l’anno dopo il figlio ritirò, a distanza di 31 anni, il Premio Nobel.

 

Michail Aleksandrovič Šolochov (Kružilin, 24 maggio 1905 – Vëšenskaja, 21 febbraio 1984)

L’esordio di scrittore di Šolochov avvenne nel 1925, anno di pubblicazione de I racconti del Don, raccolta di racconti di matrice tolstojana dedicata alle vicende del popolo cosacco durante la rivoluzione bolscevica.

Poco dopo, iniziò la pubblicazione del famoso romanzo realista, in quattro volumi, Il placido Don: Il placido Don (1928), La guerra continua (1929), I rossi e i bianchi (1933), Il colore della pace (1940). Si tratta di uno spaccato della Guerra Civile tra i bolscevichi e gli zaristi, il cui protagonista, Melechov, un cosacco del Don, combatte con i controrivoluzionari.

In due parti è invece Terre dissodate (1932; 1960), romanzo dedicato alla socializzazione delle campagne russe successiva alla rivoluzione.

Šolochov ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1965. Fu attivo politicamente per tutta la vita.

 

Evgenij Ivanovič Zamjatin (Lebedjan’, 1º febbraio 1884 – Parigi, 10 marzo 1937)

Nato da padre prelato della Chiesa ortodossa e da madre musicista, Zamjatin studiò ingegneria navale e combatté con i Bolscevichi. La partecipazione alla Rivoluzione del 1905 gli costò l’esilio. Tornato in patria e ancora esiliato nel 1911, rientrò per amnistia nel 1913.

Iniziò a scrivere racconti satirici. Appoggiò i bolscevichi durante la Rivoluzione d’Ottobre ma fu critico rispetto al successivo clima di censura e di violenza.

La sua opera maggiore, Noi, distopia che mette in luce i mali del totalitarismo sovietico, pubblicata in una rivista praghese nel 1927, peggiorò i suoi rapporti col governo, tensione che lo costrinse a lasciare l’URSS nel 1931 per vivere in povertà a Parigi fino alla fine.

 

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